
mercoledì 14 aprile 2010
Capitàno, c'è un buco nell'acqua!

martedì 13 aprile 2010
Governo, ne hai di Strada da fare!

Gli avvenimenti sembrano mettere alla prova ogni giorno di più questo governo, ed ogni giorno di più sembra emergere l'inadeguatezza e l'incompetenza da parte di chi ci governa nel fronteggiare qualsiasi tipo di situazione senza sfociare nel ridicolo.
A darne prova una volta in più, se proprio qualche reticente non ne fosse convinto, è stata la pessima e scandalosa gestione della vicenda che ha coinvolto “Emergency”.
Tutto ha inizio domenica scorsa verso mezzogiorno, quando all'ospedale di Emergency di Lashkar Gah, l'unico con attrezzature adeguate in tutta la zona sud-occidentale dell'Afghanistan, fanno irruzione agenti della polizia afghana e soldati inglesi della Nato (Nato che ha frettolosamente smentito la partecipazione, salvo poi essere smentita dall'evidenza in un video) e dirigendosi a colpo sicuro verso il magazzino trovando in alcune scatole di medicinali, granate, pistole e due cinture esplosive. Nove gli operatori Emergency arrestati: sei afghani e tre italiani, tutti accusati di star preparando un attentato alla vita del governatore Gulab Mangal.
Secondo la polizia afghana, i fermati avrebbero confessato. A qualche ora di distanza, la stessa polizia afghana del rigo precedente, tanto per contraddistinguersi nel mondo per le doti di attendibilità, smentisce che i fermati avrebbero confessato. Dato che in Afghanistan lo stato di fermo dura 24 ore, dopodiché c'è bisogno di un atto di convalida della Procura che non c'è stato, si può tranquillamente parlare di sequestro e non più di detenzione.
Ora, in un qualsiasi stato di questo pianeta, quando tre cittadini vengono rapiti in una nazione estera, la prima cosa da fare è quella di mobilitarsi in modo compatto ed uniforme per la loro incolumità ed il rilascio perché almeno davanti a questo si dovrebbe essere tutti uniti. Poi, successivamente, valutare se i capi di accusa che pendono su di essi abbiano fondamento.
Ma in Italia NO. Noi (loro) ci dobbiamo sempre distinguere. Dobbiamo (devono) sempre fare un tuffo nell'ormai affollatissima piscina della vergogna, salvo poi asciugarsi e smentire di aver detto o fatto qualcosa.
A partire da chi gli italiani all'estero dovrebbe tutelarli per mestiere, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, che domenica commenta così l'arresto dei tre operatori di Emergency: “Prego veramente, da italiano, che nessun italiano abbia direttamente o indirettamente compiuto atti di questo genere. Lo prego di tutto cuore perché sarebbe una vergogna per l'Italia”.
Non si esime dallo schizzarsi un po' nella suddetta piscina neanche il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che non riesce a fare cosa più intelligente che suggerire a Gino Strada, fondatore di Emergency, di “prendere le distanze dai suoi collaboratori, perché può sempre capitare di avere accanto, inconsapevolmente, degli infiltrati”. Cioè, ci sono tre italiani che rischiano di essere abbandonati in mano ai servizi di sicurezza afghani, che come il passato ci insegna, non si comportano esattamente come chi è appena uscito da una scuola di bon-ton, e il governo italiano reagisce così?
Appena 24 ore dopo, Frattini raddrizza la mira e sembra non vergognarsi più dei suoi concittadini: “Vedo rabbia, dolore e stupore sincero nella vicenda dei nostri connazionali. Sono cittadini italiani, medici che hanno scelto la vocazione di servire chi soffre”.
Si deduce quindi che siano necessarie 24 ore per elaborare il concetto che oltre alla presunta colpevolezza esista anche la presunta innocenza? Ci vuole tanto per capire che chiunque abbia potuto infiltrare delle armi all'interno dell'ospedale perché rappresenta un testimone scomodo in un territorio dove la guerra è accesa più che mai? E' una tecnica usata anche dalla mafia: si deposita un sacchetto di droga all'interno di un locale che si vuol far chiudere, si chiama la polizia e quel locale non vedrà mai più la luce.
Emergency ha aperto l'ospedale di Lashkar Gah nel 2004 e da allora non ha mai fatto distinzioni tra i feriti da curare, che siano essi civili, militari o talebani. Ed è proprio questa non-distinzione che non va giù alle autorità afghane sulle quali, in un paese dove la corruzione arriva fino al midollo, si alza ora il sospetto di un complotto per eliminare Emergency da quel territorio, riuscendo appunto ad infiltrare delle armi all'interno dell'ospedale, nonostante tutti i 200 dipendenti vengano quotidianamente perquisiti all'ingresso.
Detto-fatto, infatti, è dal giorno dell'irruzione e degli arresti-sequestri che il personale internazionale, tra cui sei italiani, non si reca in ospedale, come deciso da Emergency “per motivi di sicurezza”.
Sta di fatto che in Italia la gestione della situazione risulti palesemente goffa ed incompetente.
Come si può anche solo pensare che una Ong come Emergency, che da anni opera nelle zone più critiche del mondo prestando soccorso a milioni di feriti, possa essere coinvolta in un'azione terroristica?
Per fortuna ci pensa, ancora una volta, il popolo della rete a mobilitarsi ed a schierarsi dalla parte della solidarietà nei confronti di Gino Strada e soci.
In 48 ore sono già 200.000 le firme raccolte, tra cui volti noti come Alessandro Gassman, Maurizio Costanzo, Sandro Ruotolo e Marco Travaglio.
Per sottoscrivere la petizione, cliccate sul link che segue:
http://www.emergency.it/
E' inoltre prevista una manifestazione per esprimere solidarietà ad Emergency in piazza Navona a Roma il prossimo 17 aprile alle 14:30.
IO STO CON EMERGENCY!
martedì 9 marzo 2010
Dignità? No, grazie.

Un effetto boomerang si scatena sul Pdl dopo che il Tar del Lazio ha respinto il ricorso per l’ormai celebre questione dell’esclusione delle liste per le prossime elezioni regionali.
Non è bastato, infatti, il decreto ad hoc preparato in fretta e furia dal governo e sottoscritto dal Presidente della Repubblica per rimettere in corsa la macchina del Pdl che è finita fuori pista prima ancora dell’inizio della gara.
Il Tar ha definito il decreto salva-liste non applicabile in questo caso “perché le elezioni regionali del Lazio sono disciplinate dalla legge regionale numero 2 del 2005” e non dalla normativa nazionale. Un’arma preparata artigianalmente in cantina e che, non solo non è servita a farla franca (per il momento), ma se possibile, si è addirittura ritorta contro i suoi stessi ideatori.
La legge regionale citata dalla sentenza prevedeva la presentazione dei documenti necessari alla candidatura della lista entro le ore 12 dello scorso 27 febbraio, ma non essendo il delegato del Pdl presente nel verbale stilato dai Carabinieri presenti nell'ufficio elettorale della Corte di appello di Roma, il decreto “interpretativo” successivo risulta del tutto inutile.
C’è da fare, però, una precisazione in merito alla decisione del Tar che non ha respinto il ricorso ma ha bensì rinviato l’udienza al prossimo 6 maggio, decidendo comunque di non riammettere in via cautelativa la lista.
Lista esclusa e caso definitivamente chiuso? Ma certo…che no.
Il Pdl spera ancora in altre strade, calpestando sempre di più la propria e l’altrui dignità.
Oggi pomeriggio, infatti, gli stessi delegati che l'altro sabato sparirono e poi riapparirono in ritardo, si sono ripresentati per ritentare la presentazione dei documenti. E’ attesa entro domattina la decisione dell’ufficio elettorale del tribunale di Roma.
Ma questo che potrebbe sembrare l’epilogo di un’estenuante partita a tennis con batti e ribatti giuridici, ricorsi e controricorsi al Tar, ahinoi è solo l’inizio.
Infatti, se domani l'ufficio elettorale dovesse attenersi all'interpretazione del governo, la lista Pdl sarebbe riammessa, ma ovviamente scatterebbe in automatico il ricorso degli avversari al Tar che ha creato un precedente con la decisione di ieri sera.
Se, invece, l'ufficio elettorale si dovesse attenere alla posizione del Tar e ritenere che il decreto non possa essere applicato alla legge regionale del Lazio, la lista Pdl sarebbe nuovamente rispedita al mittente con distinti saluti, facendo scattare,quindi, il ricorso del Pdl al Consiglio di Stato.
Insomma, siamo nel bel mezzo di un braccio di ferro che, visto l’allungarsi dei tempi, potrebbe addirittura portare al rinvio delle elezioni nelle regioni interessate dal caos.
Le reazioni politiche alla sentenza del Tar sono state come sempre tra le più disparate, con i principali esponenti dell’opposizione che hanno colto l’occasione anche per rafforzare il disappunto già espresso contro il decreto ad listam.
Un ironico Enrico Letta, vicesegretario del PD, ha dichiarato: “Ora c'è da chiedersi se verrà convocato questa sera da Berlusconi un Consiglio dei ministri urgente per fare un decreto legge che abolisca il Tar del Lazio” mentre il leader dell’Idv Di Pietro attacca il governo dicendo che “come al solito il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ancora una volta, il governo Berlusconi ha fatto una legge raffazzonata, incostituzionale e inutile”.
Dal leader dei Verdi, Angelo Bonelli, arriva invece un invito al Pdl che a sua detta ora “l'unica cosa che può fare è prendersela con quegli esponenti di partito che hanno creato questo pasticcio che rappresenta una delle pagine più buie della storia repubblicana”.
Ma il Pdl non molla e annuncia, tramite il responsabile elettorale del partito, Ignazio Abrignani, il ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar, che a sua detta doveva attenersi ad una legge emanata dallo Stato.
Ciò che fa più notizia non sono tanto le varie dichiarazioni, quanto il silenzio ufficiale sulla vicenda da parte del premier Silvio Berlusconi che a quanto pare è rimasto “sconcertato” dalla sentenza, dato che era convinto di aver risolto ogni problema con il decreto, ma che per pronunciarsi aspetta la decisione della Commissione elettorale del Tribunale di Roma sull’eventuale riammissione della lista, che come dicevamo in precedenza è prevista per domani mattina.
In ogni caso, che i ricorsi vengano accettati o meno, una cosa è certa: la dignità ha perso già da un pezzo.
sabato 6 marzo 2010
Pizza, spaghetti e...decreto salva-elezioni.

Credo fossero in pochi ad essersi illusi che l'esclusione del Pdl dalle elezioni nel Lazio e di Formigoni in Lombardia, avesse carattere definitivo ed insindacabile.
Quello che è successo nella tarda serata di ieri ha dell'incredibile. Incredibile per la sfacciataggine, incredibile per la strafottenza, incredibile per la totale mancanza di senso del pudore.
Con la complicità determinante del Presidente della Repubblica, è stata ancora una volta assassinata la democrazia, il cui corpo già in putrefazione da tempo non trova pace. Com'è possibile che in poche ore si è riusciti a varare una norma che permettesse di risolvere il pasticcio delle liste, dovuto solo a negligenza, mentre da più di un anno e mezzo nessuno muove un dito per dare una mano ai milioni di cassintegrati e disoccupati?
Il delitto si è svolto in quattro punti:
Il primo prevede che nel valutare i termini di consegna delle liste, si tenga conto anche della dimostrabilità con qualsiasi mezzo che si era presenti nel luogo di consegna (per gli amici, salva-Lazio).
Il secondo punto dice che per quanto riguarda i timbri e le vidimazioni, la verifica può essere effettuata anche in un secondo momento (per gli amici, salva Formigoni).
Nel terzo punto si specifica che le liste non ammesse possono ricorrere al Tar, mentre quelle ammesse ma sulle quali pende un ricorso, possono farlo solo dopo le elezioni.
Nel quarto ed ultimo colpo, quello che avrebbe causato il decesso, specifica che le suddette norme si applicano alle prossime elezioni.
Complice del “delitto di mezzanotte”, dicevamo, è stato anche Giorgio Napolitano che, con fare Pilatesco, fa sapere che la sua firma è arrivata solo dopo che il decreto è stato impostato in modo da non modificare la legge ma solo interpretarla meglio, proprio come dichiarato dal ministro Maroni che in conferenza stampa dice: “Queste approvate sono norme interpretative. Non c'è nessuna modifica della legge elettorale”.
Berlusconi fa sapere che si tratta solo di un aiuto al Tar, che sarà comunque l'ultimo a decidere sulla riammissione delle liste, ma che adesso dispone di un mezzo in più, ovvero di una “corretta interpretazione” della norma per lavorare al meglio e per poter “ridare il voto a milioni di italiani”.
Durissime le reazioni dall'opposizione, che stranamente appare ricompattata dall'evento.
Di Pietro parla di “un palese abuso di potere, che in uno Stato di diritto andrebbe bloccato con le forze armate, al fine di fermare il dittatore” ed invita il popolo a scendere in piazza. Bersani definisce la situazione “un pasticcio tutto loro” mentre Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, esprime la propria solidarietà “a chi rispetta le regole, a chi paga le multe, a chi versa correttamente le tasse, a chi si ferma al rosso...insomma,alla gente perbene”.
Non meno dura la posizione di Emma Bonino che si esprime in merito dicendo che siamo di fronte ad “una delle pagine più vergognose della storia del Paese dal punto di vista giuridico” e dei Verdi, che nella voce di Angelo Bonelli dichiarano: “Quello che ha fatto il governo ha dell'incredibile per uno stato democratico: il Pdl si è fatto una legge per ammettere le sue liste che per la legge non potevano essere ammesse”.
E mentre il Pdci distribuisce volantini listati a lutto con la scritta “Si annuncia la scomparsa della Democrazia, uccisa dal Governo oggi alle 19.30”, il Popolo viola scende in piazza e lo fa sdraiandosi a terra con delle candele accese davanti al palazzo del Quirinale, inscenando il “funerale della democrazia”.
Il corteo, un centinaio di persone nonostante l'ora, è poi proseguito in direzione di Palazzo Chigi dove è stata formata una vera e propria catena umana, simbolicamente in difesa della democrazia. Il Popolo viola non si fermerà di certo, e nei prossimi giorni è prevista un'ulteriore mobilitazione, organizzata insieme agli esponenti dell'opposizione.
Ma suvvia signori, siamo in Italia! A chi vuoi che faccia del male un po' di pizza, spaghetti e un decreto ad listam?
giovedì 4 marzo 2010
Gestione rifiuti in Campania: Corte europea bacchetta l'Italia.

E' quello che oggi ha sentenziato la Corte di Giustizia dell'UE, evidenziando che con tale comportamento l'Italia non ha rispettato gli obblighi previsti dalla Direttiva Europea sui rifiuti.
La suddetta normativa, volta alla tutela della salute umana ed ambientale, dice che “gli Stati membri hanno il compito di assicurare lo smaltimento e il recupero dei rifiuti, nonché di limitare la loro produzione promuovendo, in particolare, tecnologie pulite e prodotti riciclabili e riutilizzabili.
Essi devono in tal modo creare una rete integrata ed adeguata di impianti di smaltimento, che consenta all'Unione nel suo insieme e ai singoli Stati membri di garantire lo smaltimento dei rifiuti”, che tradotto in pratica vuol dire che le nazioni che scelgono di organizzare lo smaltimento per Regioni, come l'Italia, devono assicurarne il recupero il più vicino possibile al luogo dove vengono prodotti.
In Campania, nonostante l'aiuto delle altre regioni italiane e delle autorità tedesche, non è stato possibile rimediare al problema delle ingenti quantità di rifiuti ammassati nelle strade, il che ha evidenziato la scarsità di strutture di smaltimento.
Inoltre nel comunicato diramato in mattinata da Lussemburgo, si sottolinea che “nè l'opposizione dei cittadini, né gli inadempimenti contrattuali e neanche la presenza di attività criminali rappresentano cause di forza maggiore che possono giustificare la violazione degli obblighi derivanti dalla direttiva e la mancata realizzazione effettiva e nei tempi previsti degli impianti”. Il comunicato si conclude con la condanna all' Italia che ”non avendo creato una rete adeguata ed integrata di impianti di recupero e di smaltimento dei rifiuti e non avendo adottato tutte le misure necessarie per evitare di mettere in pericolo la salute umana e di danneggiare l'ambiente nella regione Campania, è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza della Direttiva Rifiuti“.
Per fortuna che l'Europa non è l'Italia e che ogni tanto ci siano le tirate d'orecchie a far capire che se le normative esistono, almeno in ambito europeo vanno rispettate senza deroghe, impedimenti e decretini self-service.
mercoledì 3 marzo 2010
Massacro di Novi Ligure: da oggi Omar è libero.

Il 21 febbraio 2001 Omar, allora appena diciassettenne, aiutò la fidanzatina Erika De Nardo a compiere uno dei massacri che più ha sconvolto l'Italia per la sua efferratezza, i due uccisero la madre ed il fratellino di lei infliggendo loro decine e decine di coltellate.
Da gennaio invece ha iniziato a lavorare all'esterno ad Asti come giardiniere tramite una cooperativa che si occupa delle aree verdi della città, rimanendo però per la maggior parte chiuso nelle serre a preparare fiori e piante.
In tutta questa vicenda i genitori gli sono sempre stati vicino, trasferendosi ad Asti da Alessandria, posto in cui vivevano prima. Il padre del ragazzo, inoltre, da quando Omar ha ottenuto il regime di semilibertà, è andato a prenderlo tutte le mattine alle 6 per portarlo al lavoro, non avendo il giovane la patente.
Ai giornalisti che in questi anni sono riusciti ad avvicinare Favaro ed a chiedrgli di Erika, egli ha risposto: ”Oggi mi è indifferente, non mi interessa, capitolo chiuso, non le porto nemmeno rancore”.
La ragazza si trova ancora nel carcere di Verziano, in provincia di Brescia, dove sta scontando la pena di 16 anni di reclusione e l'anno scorso si è laureata con 110 e lode in Filosofia, portando come argomento della tesi “Socrate e la ricerca della verità negli scritti platonici”.
Ciò che suscita perplessità non è tanto la scarcerazione del ragazzo, che giustamente torna in libertà dopo aver scontato la pena, quanto la pena stessa che per un duplice omicidio che comprende anche l'assassinio di un bambino, sembra essere stata alquanto leggera, tenendo conto che è stata addirittura ridotta a 9 anni dopo i già scontatissimi 14 iniziali.
Non si sa quale sia il metro di misura e la legge sembra sempre più non essere uguale per tutti.
martedì 2 marzo 2010
Regionali: pasticcio Pdl, fuori da Lazio e Lombardia!

La ricostruzione dei fatti dice che l'incaricato a consegnare i documenti, il consigliere comunale Alfredo Milioni, pur essendosi presentato in orario davanti al tribunale dove dovevano essere consegnati i documenti, ha fatto retromarcia per ben due volte.
La prima, dopo essersi accorto che gli mancavano alcuni documenti contenenti i simboli dei partiti e la seconda, invece, per una pausa pranzo in un locale vicino. Presentatosi negli uffici della corte d'appello alle 12:45 si è visto respingere la richiesta di consegna dei documenti poiché in ritardo di tre quarti d'ora rispetto al termine ultimo per la varbalizzazione.
Da quel momento in poi è un'arrampicata continua sugli specchi.
Prima l'appello ad intervenire per sciogliere la matassa al Presidente della Repubblica, che gentilmente si tira fuori dicendo che “la verifica del rispetto dei regolamenti spetta solo alle competenti sedi giudiziarie”, poi parte il ricorso al Tar accompagnato da una denuncia-querela da parte di uno degli avvocati del Pdl, Grazia Volo, sia nei confronti di alcuni esponenti non specificati dei radicali per violenza privata, sia nei confronti dei componenti dell'ufficio centrale per abuso d'ufficio per aver “negato il legittimo diritto politico di voto”.Da parte dei radicali, la Bonino risponde con una contro-denuncia per calunnie.
Ma all'interno del Pdl, dopo aver visto tramontare l'intervento del Capo dello Stato, si studiano nuove soluzioni per porre rimedio all'incredibile leggerezza.
Le idee al vaglio sono due, ma nessuna pare essere molto convincente.
La prima è un'idea abbozzata dal ministro Gianfranco Rotondi, il quale ha proposto una leggina ad hoc per risolvere la questione, che egli definisce come “un accordo tra gentiluomini per giocarsela alla pari nel Lazio”.
Su questa soluzione c'è ancora un velo di scetticismo, esposto in primis da Berlusconi, che confida nel ricorso.
Ancora più scetticismo ricopre la seconda soluzione che prevedrebbe il rinvio delle elezioni regionali nel solo Lazio tramite apposito decreto.
Mister B., comunque, al momento preferisce non esporsi troppo, essendo il ricorso ancora al vaglio della Corte d'appello.
Neanche il tempo di pensare alla soluzione salva-Lazio, che arriva la notizia dell'esclusione della lista di Formigoni “Per la Lombardia”.
La decisione della Corte di appello di Milano arriva in seguito al ricorso che la lista Bonino-Pannella aveva presentato per denunciare l'irregolarità di 514 firme della lista del governatore uscente.
Le motivazioni sulla decisione riguardano la “mancanza dei timbri sui moduli” e la “mancanza della data e del luogo dell'autenticazione” sugli stessi.
Le firme non conformi sono risultate 514 sulle 3.915 presentate, ciò vuol dire che dopo l'annullamento le schede valide sono 3.421, il che non consente la candidatura della lista poiché la legge prevede un minimo di 3.500 ed un massimo di 5.000 segnature.
Per la cronaca, gli stessi Pannella e Bonino avevano presentato uguale ricorso anche contro il candidato del PD Filippo Penati, cui erano state contestate 173 firme, ma il tribunale ha deliberato che, pur ritenendole effettive, le irregolarità non sarebbero comunque determinanti al fine dell'esclusione perchè le firme valide erano già 3.795.
A rassicurare i suoi sulla situazione Lombardia ci ha pensato Mario Mauro, capogruppo del Pdl al Parlamento Europeo, nonché responsabile della campagna elettorale di Formigoni ritenendo che “alcune specifiche tenute in conto dal tribunale di Milano, non sono più necessarie” e che il numero di firme presentato “è largamente superiore a quelle necessarie” e che il ricorso che presenteranno “non potrà che essere accolto”.
Che i ricorsi del centrodestra per due regioni importanti come Lazio e Lombardia vengano accolti o meno, è curioso vedere come il destino si ponga davanti a Mister B. che si ritrova a dover riporre tutte le sue speranze nel suo nemico per eccellenza: la magistratura!
